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Meno falsi allarmi, stessa tutela: la nuova frontiera dello screening neonatale

Meno falsi allarmi, stessa tutela: la nuova frontiera dello screening neonatale

Un gruppo di ricercatori italiani ha dimostrato che basta personalizzare le soglie di analisi per ridurre drasticamente i test di secondo livello inutili senza perdere nessun caso

Ogni anno migliaia di neonati vengono sottoposti a esami supplementari in seguito a un risultato anomalo allo screening di routine. Esami che, nella maggioranza dei casi, si rivelano inutili. In Italia, un gruppo di ricercatori dell’Università G. d’Annunzio di Chieti-Pescara ha trovato un modo per ridurre questo problema in modo significativo, senza rinunciare alla capacità di individuare i bambini davvero malati. Analizzando i dati di oltre 37.000 neonati sottoposti a screening in Abruzzo tra il 2019 e il 2023, hanno dimostrato che personalizzare le soglie diagnostiche permette di abbassare la quota di test supplementari dall’8% all’1,5% della popolazione (passando da quasi 3.000 a soli 544 bambini richiamati) senza perdere nemmeno uno dei casi davvero positivi. Lo studio è stato pubblicato su Metabolites.

COSA SUCCEDE QUANDO NASCE UN BAMBINO

Nelle prime 48–72 ore di vita, da ogni neonato viene prelevata qualche goccia di sangue che viene fatta assorbire su un cartoncino speciale, il cosiddetto dried blood spot usato per le procedure di screening neonatale esteso.  Da quel minuscolo campione, i laboratori riescono a misurare decine di molecole contemporaneamente grazie a una tecnica chiamata spettrometria di massa in tandem (MS/MS). In Italia, la legge prevede che questo esame copra quasi 50 malattie metaboliche rare, tra cui acidurie organiche, difetti del ciclo dell’urea, aminoacidopatie e difetti dell’ossidazione degli acidi grassi.

Lo screening neonatale non è una diagnosi: serve a capire se un neonato ha un rischio aumentato di essere affetto da una di queste malattie. Quando un valore supera una certa soglia, il bambino viene chiamato per ulteriori approfondimenti, i cosiddetti test di secondo livello (2-TT). Il problema è che queste soglie, pensate per non perdere nessun caso, fanno scattare molti falsi allarmi.

Il vero pericolo non è solo il falso positivo in sé: è l’ansia per le famiglie, il tempo degli operatori, il costo per il sistema sanitario, ma anche il rischio che i laboratori vengano sommersi da campioni che ritardano l’analisi di quelli davvero urgenti.

IL PROBLEMA DEL PROPIONILCARNITINA

Stando all’esperienza dei ricercatori, i risultati falsi positivi più elevati sono relativi a test che prendono di mira gli errori innati del metabolismo del propionato, della cobalamina e della metionina. Pertanto, viene applicato un test di secondo livello per la diagnosi differenziale di aciduria metilmalonica, acido propionico, omocistinuria e disturbi della metilazione.

Tra tutti i marcatori, quello più spesso responsabile di falsi allarmi nel laboratorio di Chieti è la propionilcarnitina (C3), una molecola coinvolta nel metabolismo del propionato. Livelli elevati di C3 possono indicare l’acidemia propionica o l’acidemia metilmalonica, ma anche semplicemente riflettere l’immaturità metabolica di un prematuro, un’alimentazione con latte artificiale, una terapia antibiotica, oppure una carenza di vitamina B12 nella madre.

Dal febbraio 2019 al giugno 2023, su oltre 37.000 neonati sottoposti a screening in Abruzzo, ben 2.987 (l’8% del totale) avevano un profilo metabolico del propionato alterato e sono stati sottoposti al test di secondo livello. Di questi, 34 sono risultati positivi anche al secondo test. Solo 7 richiedevano ulteriore conferma diagnostica: 6 avevano madri con carenza di B12, e uno solo aveva effettivamente una malattia rara, l’acidemia metilmalonica con omocistinuria.

L’IDEA INNOVATIVA: SOGLIE SU MISURA

La ricercatrice Claudia Rossi e il suo gruppo dell’Università G. d’Annunzio di Chieti-Pescara hanno deciso di affrontare il problema alla radice: invece di usare un’unica soglia per tutti i neonati, hanno calcolato soglie diverse per ogni combinazione di peso alla nascita, età gestazionale e ora del prelievo. L’intuizione è semplice: un prematuro di 1,5 kg prelevato a 36 ore di vita ha un metabolismo completamente diverso da quello di un neonato a termine di 3,5 kg prelevato dopo 60 ore. Ma implementare questa riflessione su decine di migliaia di campioni richiede strumenti statistici robusti.

Usando un software specifico, il team ha calcolato soglie al 99,5° percentile per cinque biomarcatori (C3, C3/C2, C3/C16, Met, C3/Met) in ogni sottogruppo di neonati, creando una griglia di valori di riferimento stratificati. Applicando queste soglie in modo retroattivo agli stessi 37.000 campioni, il numero di neonati che avrebbe richiesto un test di secondo livello sarebbe sceso dall’8,07% all’1,47% — ovvero circa 544 bambini invece di 2.987. E il singolo caso positivo? Sarebbe stato identificato comunque, così come i sei casi di carenza di B12 materna.

NON SOLO PESO E PREMATURITÀ: TUTTO INFLUENZA IL METABOLISMO

Lo studio ha anche analizzato quali variabili (neonatali, materne, terapeutiche e nutrizionali) influenzano i livelli dei marcatori nel sangue. I risultati mostrano un quadro complesso: il sesso del neonato, il tipo di parto, la presenza di ittero, la terapia antibiotica o cortisonica, il tipo di allattamento e persino l’ipotiroidismo della madre modificano in modo statisticamente significativo i profili metabolici.

Per esempio, i neonati allattati al seno hanno livelli di C3 più alti rispetto a quelli alimentati con latte artificiale, ma questi ultimi mostrano valori di metionina più elevati, perché i latti formulati ne contengono di più rispetto al latte materno. I prematuri e i neonati di basso peso hanno spesso livelli di metionina molto alti perché il loro sistema enzimatico non è ancora abbastanza maturo per metabolizzarla correttamente.

Questi dati confermano un principio fondamentale della medicina moderna: il fenotipo biologico non dipende solo dal genoma, ma anche dall’ambiente, dalla dieta e dalle terapie ricevute (dal bambino e dalla madre).

SOGLIE DI ALLERTA PER GESTIRE L’URGENZA

Il gruppo abruzzese ha introdotto anche un secondo strumento: le soglie di allerta (alarm thresholds), calcolate per ciascuna delle variabili studiate. Non si tratta di soglie diagnostiche, quindi non dicono se fare o meno il test di secondo livello, ma aiutano il laboratorio a capire con quanta urgenza processare un campione. Questo approccio introduce una logica di triage all’interno del laboratorio di screening neonatale, ottimizzando i tempi di risposta senza compromettere la sicurezza clinica.

UN MODELLO ANCORA IN FASE DI VALIDAZIONE

Prima di adottare queste soglie nella routine, i ricercatori hanno voluto verificarne la robustezza su una popolazione esterna. In collaborazione con i centri di screening neonatale di Puglia e Liguria, hanno ottenuto e analizzato altri casi provenienti da quelle Regioni: applicando le soglie stratificate elaborate, tutti i casi positivi sono stati correttamente classificati come tali.

Nelle conclusioni gli autori sono chiari: le nuove soglie non sono ancora entrate in uso routinario nel loro laboratorio. Vogliono confermare i risultati su una popolazione più ampia prima di cambiare i protocolli clinici. Tuttavia, lo studio rappresenta un modello concreto di medicina di precisione applicata alla sanità pubblica: un caso in cui personalizzare un’analisi di massa non significa renderla più costosa, ma più intelligente.

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