Un’analisi statunitense su oltre mille individui mostra che solo la combinazione dei tre test consente di identificare correttamente anche le forme atipiche, soprattutto nelle donne
La diagnosi della malattia di Fabry può essere significativamente migliorata combinando tre strumenti: dosaggio dell’enzima α-Gal A, misurazione del biomarcatore lyso-Gb3 e sequenziamento del gene GLA. È quanto emerge dallo studio pubblicato su Molecular Genetics and Metabolism, che ha analizzato i dati di 1.380 soggetti sottoposti a test nell’ambito del Lantern Project, un programma diagnostico che offre accesso gratuito a test genetici e biochimici per diverse malattie da accumulo lisosomiale, tra cui Fabry.
I risultati mostrano che l’approccio integrato consente di intercettare più efficacemente sia le forme classiche sia quelle atipiche della malattia, riducendo il rischio di diagnosi mancate, in particolare nelle donne portatrici di varianti missense (mutazioni che alterano un singolo aminoacido nella proteina, con effetti clinici variabili e spesso difficili da interpretare).
UN APPROCCIO INTEGRATO PER UNA MALATTIA COMPLESSA
La malattia di Fabry è una patologia genetica legata al cromosoma X, causata da mutazioni nel gene GLA che determinano un deficit dell’enzima α-Gal A. Questo porta all’accumulo di glicolipidi nei tessuti, con manifestazioni cliniche variabili: dolore neuropatico, insufficienza renale, cardiomiopatia, sintomi gastrointestinali.
Tradizionalmente, la diagnosi si basa sul dosaggio enzimatico e, in alcuni casi, sul sequenziamento genetico. Tuttavia, lo studio evidenzia che nessuno di questi test, preso singolarmente, è sufficiente per garantire una diagnosi affidabile in tutti. Per dimostrarlo, i ricercatori hanno analizzato i risultati di soggetti sottoposti a uno o più test diagnostici: dosaggio dell’attività dell’alfa-galattosidasi A, misurazione del biomarcatore plasmatico lyso-Gb3 e sequenziamento del gene GLA tramite tecniche di next-generation sequencing. L’ordine e la combinazione dei test variava in base al sesso e al sospetto clinico: nei maschi, il test enzimatico rappresentava spesso il primo passo, mentre nelle femmine si ricorreva più frequentemente al sequenziamento, data la possibilità di falsi negativi biochimici. Si legge nello studio che “l’uso del solo lyso-Gb3 senza sequenziamento del gene GLA può portare a diagnosi mancate in alcune pazienti di sesso femminile con varianti missense”.
Quello che emerge, dunque, è che nessuno dei tre test, se utilizzato da solo, è in grado di garantire una diagnosi affidabile in tutti i casi. L’integrazione tra analisi enzimatiche, biomarcatori e sequenziamento genetico si è dimostrata l’unica strategia capace di cogliere l’intera variabilità clinica e genetica della malattia, soprattutto nelle forme atipiche e nei soggetti di sesso femminile, dove i risultati biochimici possono risultare fuorvianti.
I NUMERI DELLO STUDIO: TEST E VARIANTI
Nel periodo tra dicembre 2018 e aprile 2023, sono stati effettuati 513 test enzimatici, 284 test lyso-Gb3 e 994 test NGS su 1.380 persone con sospetto clinico, familiarità o risultati anomali allo screening neonatale. Sono state identificate 137 varianti genetiche reportabili, tra cui alcune nuove, come c.[351T>G;361G>C] (p.I117M;A121P) e c.1165C>T (p.P389S).
Il 21% dei soggetti (103 maschi e 2 di sesso non dichiarato) presentava livelli enzimatici anomali, mentre il 70% aveva livelli elevati di lyso-Gb3. Tuttavia, diverse pazienti femmine con varianti patogenetiche missense mostravano livelli normali di lyso-Gb3, evidenziando la necessità di integrare i test per evitare falsi negativi.
SCREENING NEONATALE E DIAGNOSI PRECOCE
Lo studio analizza anche i dati provenienti da programmi di screening neonatale (NBS), attivi in otto stati USA e in paesi come Italia e Giappone. Nei neonati maschi con varianti patogenetiche, il test enzimatico si è dimostrato più sensibile, mentre il lyso-Gb3 più specifico. I ricercatori sottolineano che “la combinazione dei tre test fornisce un risultato più completo e affidabile”.
Inoltre, viene evidenziato che i livelli di lyso-Gb3 possono aumentare nel tempo, e che nei neonati con varianti di significato incerto è fondamentale ripetere il test biochimico nei mesi successivi per confermare o escludere la diagnosi.
IMPLICAZIONI PRATICHE: DIAGNOSI, COUNSELING E SCREENING FAMILIARE
L’integrazione dei tre test non solo migliora la diagnosi individuale, ma consente di attivare percorsi di screening familiare più efficaci. Una volta identificata una variante patogenetica, è possibile testare i familiari a rischio, anche in assenza di sintomi. Questo approccio permette di anticipare l’intervento clinico, offrire counseling genetico e monitorare precocemente l’evoluzione della malattia.
Lo studio conclude che “l’integrazione di test enzimatici, biomarcatori e NGS rappresenta la strategia più efficiente per lo screening e la diagnosi della malattia di Fabry, in particolare nelle pazienti di sesso femminile”.