Atrofia muscolare spinaleNewsScreening neonatale nel mondo

SMA: nello Utah l’incidenza della malattia è inferiore del 50% rispetto a quella stimata

SMA: nello Utah l’incidenza della malattia è inferiore del 50% rispetto a quella stimata

Lo Stato americano, il primo ad avere introdotto lo screening neonatale per la patologia, ha reso noti i dati relativi ai primi cinque anni di questa esperienza

Salt Lake City (USA) – Negli ultimi anni, per prevenire lo sviluppo dei sintomi o rallentare la progressione dell’atrofia muscolare spinale (SMA), sono state sviluppate diverse terapie modificanti la malattia. Tra queste rientrano i modulatori del gene SMN2 come nusinersen e risdiplam, nonché la terapia di sostituzione genica SMN1 onasemnogene abeparvovec.

Con queste nuove terapie, per massimizzare i risultati motori nei pazienti, occorre che il trattamento sia molto precoce, possibilmente prima dell’insorgenza dei sintomi. Ecco perché lo screening neonatale è emerso come uno strumento essenziale per identificare i bambini che possono trarre beneficio dall’inizio precoce del trattamento.

In Italia lo screening per la SMA è già attivo in tredici regioni e in via di introduzione in altre cinque. Negli Stati Uniti, invece, nel 2018 la malattia è stata aggiunta al Recommended Uniform Screening Panel (RUSP), l’elenco di tutte le malattie genetiche raccomandate per lo screening negli Stati Uniti. A partire dal gennaio 2024, quindi, tutti i neonati statunitensi vengono sottoposti a questo test, anche se la mancanza di linee guida causa troppo spesso ritardi nella presa in carico dei piccoli pazienti e disparità nella loro gestione.

Lo Utah, nel gennaio 2018, è diventato il primo Stato americano a implementare lo screening neonatale a livello di popolazione. Ora, uno studio retrospettivo pubblicato sull’International Journal of Neonatal Screening  ha esaminato i primi cinque anni di questa esperienza e il successivo follow-up clinico dei pazienti affetti da questa rara malattia neuromuscolare.

Dal 2018 al 2023 sono stati sottoposti al test un totale di 239.844 neonati, e l’incidenza è risultata di circa un caso su 20.000 nati vivi: un dato sorprendentemente basso rispetto a quello stimato a livello mondiale, ovvero un caso su 10.000 nati. Tuttavia, si tratta di una frequenza ampiamente coerente con i dati epidemiologici più aggiornati, ed è possibile che saranno necessari ulteriori anni di dati prima che diventi evidente una tendenza definitiva. Non è chiaro cosa possa aver contribuito a questa minore incidenza di SMA, anche se l’offerta di routine dello screening dei portatori a tutte le donne incinte (in conformità con la raccomandazione dell’American College of Obstetricians and Gynecologists) potrebbe avere avuto un impatto, poiché le coppie a rischio potrebbero essere state in grado di valutare meglio il loro rischio prima o all’inizio della gravidanza. È anche possibile che, con la disponibilità di test genetici più ampi, i pazienti che in passato avevano ricevuto diagnosi cliniche di SMA ricevano oggi diagnosi genetiche più specifiche.

Nei primi cinque anni di attività, sono stati tredici i pazienti individuati dallo screening e confermati come affetti da SMA, mentre un ulteriore caso è stato poi determinato come falso positivo. “Questo studio amplia ulteriormente la base di prove secondo cui lo screening neonatale è uno strumento efficace per l’identificazione precoce e il trattamento dei pazienti con SMA. In termini di sensibilità, non siamo a conoscenza di casi falsi negativi nella nostra comunità. Poiché si prevede che i pazienti con SMA di tipo 1 o di tipo 2 diventino sintomatici entro il primo anno di vita, e lo Stato dello Utah ha un unico centro neuromuscolare pediatrico a cui vengono indirizzati tutti i potenziali casi, siamo certi che non ci siano sfuggiti casi falsi negativi”, scrivono gli autori dello studio.

“Tuttavia, riconosciamo che potrebbero esserci casi di SMA di tipo 3 o 4 che potrebbero essere presintomatici e non identificati in questo momento. In particolare, si stima che circa il 5% dei casi non venga individuato perché si tratta di eterozigoti composti per la delezione nel gene SMN1 e per una seconda variante di sequenza patogena. Tutti i pazienti individuati sono stati visitati tempestivamente, con diagnosi confermata entro una settimana dalla visita iniziale, e sono stati poi trattati con nusinersen o onasemnogene abeparvovec”.

Il trattamento tempestivo, prima dell’insorgenza dei sintomi, ha determinato un drastico cambiamento nella storia naturale dei pazienti, e la maggior parte di loro ha raggiunto le appropriate tappe evolutive. “Una diagnosi e un trattamento tempestivi, in particolare per i pazienti con due copie di SMN2, possono essere cruciali, poiché anche solo una differenza di pochi giorni può avere un enorme impatto sugli esiti evolutivi”, concludono i ricercatori.

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