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Immunodeficienze combinate gravi, occorre determinare con chiarezza le varie forme di patologia

Immunodeficienze combinate gravi, occorre determinare con chiarezza le varie forme di patologia

Secondo l’esperta olandese Mirjam van der Burg, le definizioni non uniformi ostacolano l’ottimizzazione dei percorsi di screening neonatale

Roma – Bambini bolla: una definizione che potrebbe finalmente essere relegata a un passato recente e doloroso. Così vengono chiamati, infatti, i bambini affetti da ADA–SCID, una malattia genetica che li priva delle difese immunitarie, rendendoli soggetti a continue infezioni, anche dovute a germi normalmente innocui per l’uomo. Sono costretti a vivere in un ambiente sterile e con aria filtrata, isolati dal mondo (da qui la definizione di “bambini bolla”), e senza una terapia adeguata rischiano di non sopravvivere al primo anno di vita. Questo, almeno, fino a poco tempo fa.

L’AVVENTO DELLA TERAPIA GENICA

Fino a pochi anni fa l’unico trattamento curativo per l’ADA–SCID era il trapianto di midollo osseo, possibile soltanto in presenza di un donatore compatibile. Oggi, invece, per questa malattia è disponibile un trattamento efficace: nel 2016, infatti, è stata approvata dall’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) e poi commercializzata in Italia una specifica terapia genica, messa a punto grazie all’impegno congiunto della Fondazione Telethon, dell’Ospedale San Raffaele di Milano e dell’azienda farmaceutica GlaxoSmithKline.

Il trattamento è indicato per i pazienti con ADA-SCID per i quali non sia disponibile un donatore compatibile: la terapia genica cambia completamente il decorso della malattia, rendendo la vita dei bambini del tutto simile a quella dei soggetti sani. Diversi studi pubblicati dimostrano che tra i bambini diagnosticati alla nascita e presi in carico precocemente, il tasso di sopravvivenza supera il 90%.

LA MANCANZA DI DEFINIZIONI UNIFORMI

Lo screening neonatale è l’arma migliore per diagnosticare precocemente i bambini affetti da SCID, e i Paesi che l’hanno adottato sono ormai numerosi. Ma le esperienze maturate nel corso degli anni stanno fornendo nuovi insegnamenti agli esperti di screening e agli immunologi? Sorprendentemente, secondo la dr.ssa Mirjam van der Burg, dello University Medical Center di Leida (Paesi Bassi), la risposta è no, e la ricercatrice ne spiega i motivi in una lettera inviata all’International Journal of Neonatal Screening.

“I risultati degli studi pilota e dei programmi di screening implementati finora mostrano che la SCID, come malattia bersaglio, può essere identificata in modo molto efficace con la metodica TREC. Ad oggi non ci sono segnalazioni di casi SCID non rilevati, a dimostrazione della potenza di questo approccio. Lo screening con la metodica TREC è accompagnato da molti ‘incidental findings’, cioè pazienti senza SCID ma con un basso numero di cellule T per altri motivi, e il numero di questi casi non-SCID è molto più alto del numero di casi SCID”, spiega la dr.ssa van der Burg.

“Ci sono diversi parametri che influenzano direttamente il numero e il tipo di richiami, e che variano a seconda del programma di screening: il tipo di test TREC utilizzato in combinazione con il valore di cut-off, l’algoritmo di screening, le politiche sui richiami, inclusa quella relativa ai neonati pretermine, e il potenziale utilizzo dei test di secondo livello e della genetica. In questo momento è difficile confrontare l’esito dei diversi programmi di screening perché non esiste una registrazione uniforme dei richiami, cioè dei casi positivi allo screening. Esistono diverse linee guida diagnostiche per le SCID, che differiscono leggermente, ad esempio, nella definizione esatta di ‘leaky SCID’ (le forme più lievi) e SCID atipica con o senza diagnosi genetica. Le linee guida del Primary Immune Deficiency Treatment Consortium (PIDTC) sono le più utilizzate e possono essere considerate lo standard”, prosegue l’esperta.

Tuttavia, non esiste un consenso internazionale su quali definizioni debbano essere utilizzate per riportare i risultati dello screening, in particolare per i casi non-SCID e per gli ‘incidental findings’, né su come definire esattamente i falsi positivi. Questa mancanza di una registrazione uniforme ostacola gravemente il confronto fra i diversi programmi di screening, che è essenziale per il loro miglioramento”, conclude la dr.ssa van der Burg. “Le categorie della malattia dovrebbero essere determinate in modo chiaro e preciso, perché nei termini ‘SCID’ e ‘non-SCID’ mancano troppi dettagli clinicamente rilevanti”.

Quanto segnalato dalla dr.ssa van der Burg rappresenta dunque un bisogno della comunità scientifica da risolvere per ottimizzare il sistema e scegliere il programma di screening più idoneo, ma non mette in alcun modo in dubbio la fattibilità, la necessità e il valore positivo dello screening neonatale per le SCID.

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