Screening neonatale per l’adrenoleucodistrofia: l’esperienza della Georgia

Screening neonatale per l’adrenoleucodistrofia: l’esperienza della Georgia

In un progetto pilota sono stati sottoposti a test 51.081 neonati, dei quali uno è risultato affetto dalla patologia. Il test di secondo livello è stato fondamentale per ridurre i falsi positivi

Atlanta (USA) – L’adrenoleucodistrofia legata all’X (ALD) è una rara malattia genetica causata da un difetto nel gene ABCD1, con un’incidenza che varia tra 0,8 e 4,76 persone colpite ogni 100.000 nascite. La patologia colpisce principalmente il sistema nervoso (con distruzione progressiva della mielina, la sostanza che riveste le cellule nervose) e le ghiandole surrenali (con conseguente carenza di alcuni ormoni). Questa patologia è una di quelle che, potenzialmente, avrebbe tutti i requisiti per essere inserita anche in Italia nel panel di screening neonatale, come riporta il Quaderno di OMaR (Osservatorio Malattie Rare) dedicato al tema, e in diversi Paesi sono già stati avviati da anni, o si stanno attualmente conducendo, programmi di screening. Tra questi lo Stato della Georgia (USA), che ha recentemente reso noti i risultati del suo progetto pilota.

Negli Stati Uniti, nel febbraio del 2016, l’ALD è stata inclusa nel RUSP (Recommended Uniform Screening Panel), l’elenco federale di tutte le malattie genetiche raccomandate per lo screening neonatale, ma già dal 2013 lo Stato di New York aveva introdotto il test per l’ALD per tutti i suoi neonati. Negli ultimi anni si sono aggiunti altri Stati (Connecticut, California, Minnesota, Pennsylvania e Georgia), e l’intenzione è quella di espanderlo a tutti i 50 Stati americani. Il Minnesota, nel 2019, ha illustrato i risultati – estremamente soddisfacenti – del primo anno di screening. Ora anche la Georgia ha reso nota la sua esperienza, in un articolo pubblicato sull’International Journal of Neonatal Screening.

I ricercatori di Atlanta hanno utilizzato una strategia a due livelli: il test di primo livello viene eseguito con la spettrometria di massa tandem, che quantifica le lisofosfatadilcoline a catena molto lunga (LPC) su goccia di sangue essiccato. Questo metodo è altamente sensibile ma manca di specificità: così, per ridurre i falsi positivi, sono stati sviluppati diversi test di secondo livello che utilizzano la cromatografia liquida: quello scelto in Georgia valuta la quantità di LPC C26:0 sullo stesso campione usato per il test di primo livello.

Nel corso dello studio pilota sono stati sottoposti a screening 51.081 neonati. Dopo il test di primo livello e l’utilizzo di strumenti post-analitici, 364 campioni sono stati considerati anomali, che in seguito al test di secondo livello sono diminuiti a 11: quest’ultimo test è stato dunque fondamentale per ridurre i risultati falsi positivi a un numero gestibile. Sette di questi sono poi stati confermati normali sulla base dei test di follow-up: si trattava dunque di falsi positivi.

Un solo maschio, clinicamente asintomatico, è stato identificato come affetto da ALD, e in due femmine sono stati rilevati dei difetti della biogenesi perossisomiale: l’incidenza dell’ALD (un caso su 51.081) è quindi inferiore rispetto a quanto stimato in precedenza, mentre l’incidenza dei disturbi della biogenesi perossisomiale è risultata maggiore. Il valore predittivo positivo per queste due condizioni, sommate, è stato del 27,3%. Infine, un caso femminile è rimasto irrisolto, a causa di una perdita al follow-up dopo un risultato negativo del test molecolare per il sequenziamento del gene ABCD1.

Anche in Europa qualcosa si sta muovendo: nel 2018 uno studio inglese ha dimostrato che lo screening per l’ALD è economicamente sostenibile e che comporterebbe un risparmio per il Servizio sanitario nazionale, e in Italia, nell’agosto del 2019, è stata presentata alla Camera una proposta di legge per inserire la patologia nel pannello dello screening neonatale esteso.

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