Uno studio pilota su quasi 8.000 neonati dimostra la fattibilità di una nuova analisi sui campioni di sangue già raccolti alla nascita. Il metodo dovrà ora essere validato per confermarne l’utilità clinica
L’ipercolesterolemia familiare potrebbe in futuro essere individuata già nei primi giorni di vita grazie a un semplice esame effettuato sulle gocce di sangue raccolte di routine alla nascita. È quanto emerge da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori tedeschi e polacchi e pubblicato sul Journal of Pediatrics, che ha dimostrato come la misurazione del colesterolo libero possa essere effettuata su larga scala utilizzando i campioni già utilizzati per lo screening neonatale.
Il colesterolo libero è la quota di colesterolo non legata agli acidi grassi, presente nel sangue e coinvolta negli scambi tra circolo sanguigno e cellule. A differenza delle LDL e delle HDL, che sono lipoproteine incaricate di trasportare questa molecola nell’organismo, rappresenta quindi una particolare forma in cui essa può trovarsi durante il suo percorso. Le LDL la distribuiscono ai tessuti, mentre le HDL contribuiscono al suo recupero e trasporto verso il fegato. La sua misurazione potrebbe fornire informazioni aggiuntive sul modo in cui l’organismo gestisce il metabolismo lipidico e contribuire, in futuro, a individuare precocemente le alterazioni associate all’ipercolesterolemia familiare.
UNA MALATTIA GENETICA SPESSO NON RICONOSCIUTA NEI BAMBINI
L’ipercolesterolemia familiare è una malattia genetica caratterizzata da livelli elevati di colesterolo LDL e da un aumentato rischio di sviluppare precocemente malattie cardiovascolari. La forma più frequente è quella eterozigote, la cui prevalenza nella popolazione generale è stimata in circa un caso ogni 200-300 persone. Più rare sono le forme eterozigoti composte e quelle omozigoti: queste ultime interessano circa una persona ogni 300.000 e sono associate a livelli di colesterolo LDL estremamente elevati e a complicanze cardiovascolari che possono comparire già in età pediatrica.
Una diagnosi precoce è fondamentale, perché un trattamento tempestivo può migliorare significativamente la prognosi. Tuttavia, nei bambini la malattia è spesso priva di segni clinici evidenti e può quindi rimanere non riconosciuta per anni. Per questo motivo, i programmi di screening alla nascita rappresentano una strategia per aumentare il numero di diagnosi e consentire un intervento più rapido.
L’ANALISI SUI CAMPIONI GIÀ RACCOLTI ALLA NASCITA
Lo studio è stato realizzato nell’ambito del progetto RareScreen, un programma transfrontaliero fra Germania e Polonia dedicato all’ampliamento del pannello di malattie identificabili attraverso lo screening neonatale. I ricercatori hanno analizzato le gocce di sangue essiccato (dried blood spots, DBS) di 7.973 neonati, raccolte nel 2019 nella regione tedesca del Meclemburgo-Pomerania Anteriore. I campioni utilizzati erano quelli già raccolti per il normale screening neonatale: non è stato quindi necessario effettuare ulteriori prelievi ai bambini coinvolti nello studio.
La concentrazione di colesterolo libero è stata misurata attraverso la cromatografia liquida associata alla spettrometria di massa tandem (LC-MS/MS), una tecnologia già impiegata in Germania per la maggior parte degli esami previsti dallo screening neonatale. Dal punto di vista metodologico, la misurazione del colesterolo libero presenta alcuni vantaggi rispetto alla determinazione del colesterolo totale attraverso la spettrometria di massa, perché richiede una preparazione del campione più semplice. Prima dell’analisi sui neonati, il metodo è stato valutato su campioni ottenuti da 36 volontari adulti sani, mostrando una buona riproducibilità delle misurazioni.
Nei campioni analizzati, la concentrazione di colesterolo libero variava da 0,005 a 1,521 mmol/L, con un valore mediano di 0,709 mmol/L, pari a 27,4 mg/dL. La distribuzione dei valori è risultata sostanzialmente uniforme e non ha mostrato differenze rilevanti in relazione al sesso, all’età gestazionale, al peso alla nascita o all’età del neonato al momento del prelievo. Anche il confronto tra i diversi mesi dell’anno non ha evidenziato variazioni stagionali rilevanti: secondo i ricercatori, questo dato suggerisce che il valore del biomarcatore possa essere interpretato in modo analogo indipendentemente da queste caratteristiche.
UNA SOGLIA ANCORA DA VALIDARE
Uno degli obiettivi dello studio era individuare un valore di riferimento utile per future strategie di diagnosi precoce. Il 99,5° percentile della distribuzione corrispondeva a una concentrazione di 1,159 mmol/L (pari a 44,8 mg/dL), valore che gli autori propongono come possibile soglia oltre la quale avviare ulteriori accertamenti diagnostici, inclusi i test genetici.
Questa soglia, tuttavia, richiede ancora una validazione clinica. Nel progetto, infatti, non è stato effettuato un monitoraggio successivo dei 39 bambini che presentavano valori superiori al 99,5° percentile e non è stato quindi possibile stabilire quanti di loro fossero effettivamente affetti da ipercolesterolemia familiare. Di conseguenza, non sono disponibili dati sulla sensibilità e sulla specificità del valore proposto.
UN BIOMARCATORE PROMETTENTE, MA ANCORA DA CONFERMARE
I risultati si inseriscono in un ambito di ricerca che sta esplorando il ruolo del colesterolo libero nei disturbi del metabolismo lipidico. Studi precedenti avevano già osservato differenze nelle concentrazioni di questo parametro tra persone con ipercolesterolemia familiare e soggetti sani, anche se il colesterolo libero non è attualmente utilizzato nella pratica clinica per la diagnosi delle dislipidemie. Un vantaggio importante dell’approccio studiato è la possibilità di utilizzare il materiale residuo dello screening neonatale, evitando ulteriori procedure sui bambini, grazie a una metodica che richiede quantità minime di sangue e può essere applicata su larga scala in laboratori centralizzati già dotati della tecnologia necessaria.
Restano però alcuni aspetti da approfondire: i valori osservati potrebbero non essere direttamente trasferibili a tutti i laboratori, a causa di possibili differenze nelle procedure analitiche. Inoltre, non sono stati valutati tutti i fattori tecnici che potrebbero influenzare la misurazione, come le modalità di conservazione dei campioni o la dimensione dei piccoli dischi di sangue prelevati dalla carta da filtro utilizzata per lo screening. Secondo gli autori, questo biomarcatore potrebbe contribuire in futuro all’identificazione precoce delle alterazioni del metabolismo lipidico; prima che possa trovare spazio nei programmi di screening neonatale, però, saranno necessari ulteriori studi per confermarne il valore diagnostico.