Un progetto pilota valuta la possibilità diintegrare il sequenziamento direttamente in maternità
L’idea di utilizzare un test genetico come primo esame dello screening neonatale non è più un esercizio teorico. In Belgio, un progetto pilota avviato nel 2022 sta mettendo alla prova un modello di screening genomico di primo livello direttamente in maternità. Lo studio “Population-based, first-tier genomic newborn screening in the maternity ward”, pubblicato su Nature Medicine, racconta i primi diciotto mesi di BabyDetect, un programma che punta a identificare precocemente malattie genetiche trattabili attraverso un pannello mirato di sequenziamento.
UNA PARTECIPAZIONE SORPRENDENTEMENTE ALTA
Il progetto è stato proposto a 4.260 famiglie, e 3.847 hanno accettato di partecipare: un’adesione del 90%, rara in studi di questo tipo. I campioni sono stati raccolti subito dopo la nascita e analizzati con un pannello che copre 405 geni legati a 165 malattie pediatriche trattabili. Solo una piccola quota di campioni, il 2,2%, ha richiesto una ripetizione per problemi tecnici.
DALLA MASSA DI VARIANTI AI CASI CLINICAMENTE RILEVANTI
Ogni neonato presentava tra 4.000 e 11.000 varianti genetiche, un volume che rende indispensabile un filtraggio rigoroso. Il sistema di analisi riduce l’enorme quantità di varianti a poche segnalazioni realmente rilevanti, lasciando agli esperti solo i casi con un potenziale significato clinico (circa l’1% dei campioni). Da questo processo sono emersi 71 neonati con varianti patogenetiche o probabilmente patogenetiche.
La condizione più frequente è risultata il deficit di G6PD, con 44 casi confermati anche biochimicamente. Gli altri casi coprono un ventaglio ampio: fibrosi cistica, glicogenosi 1b/c, emofilia A e B, deficit di biotinidasi, fenilchetonuria, deficit di SCAD, deficit di CPT2, Shwachman-Diamond e alcune cardiomiopatie. Lo studio riporta anche un falso positivo legato a due varianti AGXT ereditate dalla madre e un falso negativo per una variante nel gene TJP2, non presente nelle liste curate utilizzate per il filtraggio.
COSA SFUGGE ALLO SCREENING TRADIZIONALE
Un dato centrale emerge dal confronto con lo screening neonatale convenzionale: 41 dei 71 casi erano già stati identificati dai test biochimici, ma 30 non lo sarebbero stati. Tra questi rientrano dieci casi di deficit di G6PD, non incluso nel pannello belga, e il caso di deficit di CPT2, per il quale gli autori ricordano la scarsa sensibilità dei biomarcatori utilizzati nello screening tradizionale. Anche alcune varianti CFTR non avrebbero superato i criteri del protocollo nazionale.
COSA DICONO GLI AUTORI
Gli autori presentano BabyDetect come una prova di fattibilità. Il progetto dimostra che uno screening genomico di primo livello può essere integrato in un contesto reale, ma evidenzia anche criticità: la gestione delle varianti in una popolazione presintomatica, la necessità di aggiornare costantemente le liste curate, la complessità del reporting e della conferma diagnostica. Lo studio non propone un modello organizzativo definitivo né affronta la sostenibilità economica su larga scala.