Malattia di Fabry: in Italia è molto più diffusa rispetto alle stime

Malattia di Fabry: in Italia è molto più diffusa rispetto alle stime

Lo dimostrano i dati relativi al progetto di screening neonatale attivo in Veneto, Trentino e Friuli da ormai cinque anni e mezzo

Padova – Dal settembre 2015, in tutta l’area compresa fra Veneto, Trentino e Friuli-Venezia Giulia, lo screening neonatale è stato esteso a quattro patologie ancora non incluse nel pannello nazionale: le malattie di Fabry, di Pompe, di Gaucher e la mucopolisaccaridosi di tipo I. Si tratta del più grande progetto riportato fino ad oggi in Europa, e sta mettendo in luce come la frequenza di queste malattie sia stata stimata, in passato, decisamente al ribasso.

MALATTIA DI FABRY: DIFFUSA COME LA FENILCHETONURIA

Dagli ultimi dati di questo progetto, pubblicati sulla rivista Biomolecules, emerge che su 173.342 neonati esaminati per la malattia di Fabry fino al marzo scorso, 22 maschi avevano una variante del gene GLA: ciò significa che la patologia, in Italia, ha un’incidenza di un caso su 7.879 neonati. Una frequenza simile a quella della fenilchetonuria, una malattia genetica che può essere considerata il simbolo dell’importanza dello screening neonatale: è infatti la prima in assoluto per cui sia stato messo a punto – da parte di Robert Guthrie negli anni ’60 – un test che a partire da un prelievo di sangue consente di individuarla molto precocemente; lo stesso test che nel nostro Paese è obbligatorio fin dal 1992.

La malattia di Fabry, al contrario, non è ancora inclusa nel pannello di screening nazionale, così come non ne fanno parte le altre malattie da accumulo lisosomiale: un fatto che ha provocato le proteste delle associazioni dei pazienti e ha dato luogo a un’interrogazione parlamentare. La diagnosi precoce mediante screening neonatale, infatti, potrebbe consentire un trattamento tempestivo di queste malattie multisistemiche e progressive, prevenendo così futuri danni irreversibili agli organi.

LA PIÙ FREQUENTE FRA LE MALATTIE LISOSOMIALI

L’articolo appena pubblicato si concentra in particolare sulla malattia di Fabry, e presenta i risultati di cinque anni e mezzo di screening neonatale: il metodo consiste nel misurare l’attività dell’enzima alfa-galattosidasi A (carente in questi pazienti) e nell’effettuare il dosaggio della globotriaosilsfingosina (Lyso-Gb3) in macchie di sangue essiccato (dried blood spot) attraverso la spettrometria di massa tandem. Lo studio riporta inoltre il follow-up a lungo termine dei soggetti positivi.

La Fabry si è confermata la più frequente fra le malattie lisosomiali, come già avevano sottolineato il prof. Alberto Burlina e la dr.ssa Giulia Polo, dell’Unità Operativa Complessa di Malattie Metaboliche Ereditarie dell’Azienda Ospedaliera di Padova, nelle ultime interviste su questo progetto.

Il dato italiano, fra l’altro, non si discosta da ciò che hanno riscontrato diversi programmi di screening neonatale negli Stati Uniti (Missouri, Illinois, Stato di Washington), in Europa (Spagna, Austria, Ungheria) e in Asia orientale (Giappone, Taiwan), ovvero che la malattia è sorprendentemente più diffusa di quanto stimato in precedenza (un caso su 40.000 persone), in particolare per quanto riguarda la forma a esordio tardivo.

LE QUESTIONI DA APPROFONDIRE

Tutti i 22 pazienti trovati positivi al test genetico, all’ultima visita erano asintomatici. Fra le varianti del gene GLA riscontrate, le più frequenti sono state quelle associate al fenotipo di malattia a insorgenza tardiva; quattro pazienti avevano una variante non classificata e altri quattro la variante p.Ala143Thr, probabilmente benigna. “Il nostro studio conferma che lo screening neonatale per la malattia di Fabry è fattibile e dovrebbe essere valutato per l’inclusione nel programma nazionale”, sottolinea il prof. Alberto Burlina. “In accordo con altri studi, questa patologia sembra essere più frequente di quanto era stato stimato in precedenza, quindi lo screening può essere utile per migliorare la diagnosi di molti pazienti non riconosciuti”.

Questi cinque anni e mezzo di esperienza hanno chiarito meglio anche il ruolo della Lyso-Gb3: sebbene non sia considerata affidabile come test di secondo livello, è un biomarcatore che può semplificare l’algoritmo di screening quando i suoi livelli sono elevati alla nascita. Inoltre, nel follow-up, è utile anche per il monitoraggio non invasivo dei pazienti positivi.

“Tuttavia, diverse questioni necessitano di ulteriori approfondimenti: il significato di una Lyso-Gb3 plasmatica lievemente elevata; l’assenza di un test di secondo livello affidabile per ridurre il tasso di richiamo; lo scarso rilevamento di femmine eterozigoti; l’interpretazione clinica di varianti genetiche non classificate e di significato incerto; e infine l’impatto della diagnosi precoce su pazienti con forme a esordio tardivo”, conclude Burlina. “La nostra esperienza complessiva è comunque positiva e il progetto sta andando avanti con l’obiettivo di ottenere una migliore comprensione della malattia e una migliore cura per i pazienti”.

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